Florence + the Machine tornano con il loro sesto album e lo fanno con grande stile.

Everybody Scream è un album che pesa. Non solo per la scrittura, ma per quello che racconta. Florence Welch lo ha scritto dopo uno dei momenti più duri della sua vita: durante il tour di Dance Fever, nel 2023, ha avuto una gravidanza extrauterina. Ha rischiato la vita e da quel dolore nasce questo disco.
È un lavoro che non nasconde nulla. Florence parla apertamente di perdita, colpa, paura. Si sente la solitudine di chi ha dovuto ricostruirsi da zero. In più di una canzone si percepisce la presenza di una figura maschile – forse il compagno, forse solo un simbolo – che rappresenta il peso di quella ferita. Non è chiaro quanto ci sia di autobiografico e quanto di metaforico, ma tutto suona autentico.
Il tema della maternità perduta si intreccia con un’altra grande frattura: quella spirituale. Florence, che in passato aveva un rapporto fortissimo con la fede e la religione, qui la mette in discussione. Si chiede “perché proprio a me?” e da questo dubbio nasce una nuova forma di ricerca: più magica, più viscerale, più umana. È un disco che parla di rinascita dopo la distruzione, di trovare un nuovo senso quando tutto sembra perduto.
“I do not find worthiness a virtue
– Sympathy Magic
I no longer try to be good
It didn’t keep me safe
Like you told me that it would
So come on, tear me wide open
A terrible gift”
Ma Everybody Scream è anche una critica feroce all’industria musicale. Florence racconta la pressione di dover essere sempre perfetta, di dover dare tutto — corpo, mente e anima — per rimanere “una delle grandi”. C’è una rabbia lucida verso quel sistema che trasforma la vulnerabilità in spettacolo e il dolore in contenuto. È la parte più politica e più femminista del disco: un atto di ribellione contro l’idea che un’artista debba soffrire per meritare attenzione come racconta in “One of the Greats” e “Music by Men”.
“Breaking my bones, getting four out of five
– Music by Men
Listening to a song by The 1975
I thought, ‘Fuck it, I might as well give music by men a try”
Musicalmente, è un ritorno alle origini. Ci sono echi di Lungs e Ceremonials, ma con una maturità nuova. L’assenza di Jack Antonoff si sente, e in positivo: le produzioni qui respirano di più, sono meno patinate, più vere. Ogni brano ha un’identità forte, e la voce di Florence è protagonista assoluta — teatrale, fragile, potente.
Le migliori dell’album sono senza dubbio “The Old Religion”, “Drink Deep” e “You Can Have It All”, dove Florence si spoglia completamente di tutto il dolore che ha dentro. Sono i momenti in cui la voce diventa confessione, grido, liberazione pura.
Everybody Scream non ha bisogno di singoli o hit radiofoniche. È un disco da vivere dall’inizio alla fine, che ti entra dentro piano e non ti lascia più. Parla di dolore, rabbia, rimorso e rinascita. Ma anche di forza, consapevolezza e libertà.
È un lavoro onesto, intenso e profondamente umano. Uno di quelli che ricordano perché Florence + The Machine resta una delle voci più potenti della sua generazione.
Perché Everybody Scream non si limita a far rumore.
Ti costringe ad ascoltare il silenzio che resta dopo.
Frase preferita dell’album:
“A lightning strike, a fallen tree
– The Old Religion, Everybody Scream
I’m not afraid, oh, don’t let it find me
But you can’t outrun yourself, you’ll see
And I’m powerless, oh, don’t remind me”

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