Con From The Pyre, le The Last Dinner Party confermano di essere una delle band più affascinanti e teatrali del panorama alt-pop contemporaneo.

L’album è un mosaico barocco di suoni, emozioni e riferimenti, dove il dramma incontra l’eleganza e la vulnerabilità si trasforma in spettacolo.
Agnus Dei apre il disco con un’intensità quasi sacra: è una preghiera messa in musica, un crescendo di voci e archi che introduce perfettamente il tono del progetto. Tuttavia, avrebbe potuto funzionare ancora meglio come chiusura: ha quella solennità e quel senso di compimento che avrebbero dato al finale un respiro più mistico e circolare.
Con Count the Days, il disco prende vita. Il basso e la chitarra rivelano un’anima Arctic Monkeys-esca, ma rielaborata con un tocco teatrale e drammatico che solo le TLDP sanno dare. Il ritornello è accattivante e si incolla alla mente, senza però perdere raffinatezza o complessità.
Second Best è forse il brano che più mostra la potenza vocale di Abigail Morris: la sua voce si muove tra tonalità bassissime e falsetti spaccavetri, con un controllo da brividi che richiama Kate Bush ma senza mai imitarla. È un perfetto terzo singolo, emotivo e imprevedibile, che conferma la capacità della band di costruire dramma in forma di pop.
“Now the days grow long
– Second Best
And your hands and tears
Are lost to the wind
Take me back, take me back“
Poi arriva This is the Killer Speaking, il primo singolo che ha presentato l’album al mondo — e, a tutti gli effetti, il suo cuore pulsante. È un capolavoro di scrittura e interpretazione: la voce si trasforma in confessione di un “killer” che non uccide corpi ma relazioni, con un testo che danza tra ironia e tragedia. È la quintessenza del loro stile: colto, oscuro e terribilmente umano.
Rifle è il gioiellino nascosto del disco. La band lo definisce un inno alla fine della guerra, e in effetti c’è una pace quasi malinconica nel modo in cui esplode il ritornello — potente e liberatorio, con echi dei Cranberries. L’unica nota stonata è forse la parte in francese, che spezza un po’ il flusso emotivo senza aggiungere troppo alla narrazione.
“Close your eyes boy
– Rifle
There’s nowt but death
Palms and fingerprints
Are stained all red“
Woman is a Tree è invece un’esperienza sensoriale pura. È come ascoltare un canto di sirena in un bosco incantato: una fusione tra Bohemian Rhapsody e Midsommar, dove l’eccesso diventa estasi. Il climax finale è da brividi, una tempesta sonora che travolge tutto.
I Hold Your Anger è una di quelle tracce che a primo impatto non colpisce nel segno: sembra quasi un momento di respiro dopo l’intensità delle canzoni precedenti. Ma con qualche ascolto in più, rivela una forza sottile e una struttura emotiva che la fanno tenere bene il passo con il resto dell’album, anche se non possiede lo stesso “kick” immediato o la teatralità esplosiva delle tracce più iconiche. È un brano più introspettivo, che lavora in sottrazione e guadagna spessore con il tempo.
Con Sail Away, l’album rallenta e si fa più introspettivo. Non è affatto una brutta canzone, ma arriva dopo una sequenza così densa di energia e pathos che finisce per spezzare leggermente il ritmo. È un brano più delicato, quasi sospeso, che preferisce la malinconia all’impatto immediato.
The Scythe riporta l’album sui binari dell’emozione pura. È una ballata struggente, scritta e cantata con una sincerità disarmante. Il testo è una lama: ogni parola colpisce, affonda, lascia il segno. È impossibile restare indifferenti — ogni ascolto diventa un piccolo lutto, una catarsi personale.
A chiudere il viaggio, Inferno — un brano che, pur interessante, lascia un po’ di amaro in bocca. Non convince del tutto come conclusione, anche se crea un affascinante dialogo con Agnus Dei: apertura e chiusura si rispecchiano, come due estremi di un ciclo vitale. Personalmente, invertirei la scaletta: Agnus Dei avrebbe donato una chiusura perfetta, solenne e definitiva.
“But I’ve never known myself
– Inferno
But then, I’ve never claimed to know
I do this for my health
Breathing the dust of an inferno”
Tirando le somme, From The Pyre è un ottimo album, un lavoro maturo che si conferma come un degno successore di Prelude to Ecstasy, il primo e già iconico disco della band.
È un album che cresce con gli ascolti, rivelando poco alla volta sfumature, metafore e dettagli che al primo impatto possono sfuggire.
Un lavoro che non cerca la perfezione, ma l’emozione. E in questo, riesce perfettamente.
Frase preferita dell’album:
“Don’t cry, we’re bound together
– The Scythe, From The Pyre.
Each life runs its course
I’ll see you in the next one
Next time, I know you’ll call”

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